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In una delle tante e torride mattinate d’Agosto, come consuetudine quotidiana, il postino poco prima dell’ora di pranzo, sofferma il suo motorino davanti al cancello della mia abitazione per consegnarmi il “VivaVerdi” Maggio/Giugno 2009, il bimestrale SIAE ad uso e consumo degli autori associati.
Alla prima pausa-bagno disponibile recando con me il periodico, inizio a scartabellare fra gli articoli, estasiato a dir poco dalla splendida recensione dell’intramontabile Sergio Leone, con tanto di foto di scena fra le più significative, tratte evidentemente dall’immortale Once upon a time in the West.
E tutto scorre distrattamente liscio, finché non mi imbatto in un poderoso editoriale a firma Linda Brunetta dal titolo Uomini che odiano gli autori: l’articolo è dedicato a The Pirate Bay, il portale web che ha dato luogo in Svezia ad un poderoso movimento socio-politico, culminato con l’elezione di Christian Engstrom al Parlamento Europeo di Strasburgo.
Niente di particolarmente inquietante o irragionevole: argomentazioni logiche e condivisibili, una ricerca spasmodica di connivenze politiche, un ammonimento non immotivato al più insigne rappresentante del partito Pirata Italiano, Alessandro Bottoni, indipendente candidato nelle liste di Sinistra e Libertà, per i presunti sostegni dell’ex-imprenditore Engstrom ai gruppi dell’estrema destra svedese, una citazione calzante a proposito di un gruppo di autori della Sinistra francese, degnamente rappresentati dalla cantante Juliette Gréco e dall’attore Michel Piccoli, che ha fortemente contestato le prese di posizione del Partito Socialista Francese per la sua contrarietà alle sanzioni del governo contro la pirateria sul web.
Ineccepibile osservazione anche a proposito del trasferimento del portale The Pirate Bay alla Global Gaming Factory per il “modico” ammontare di 7,8 milioni di dollari, che fanno di Engstrom un ottimo uomo d’affari e non certo un prode socializzatore di mezzi di produzione, generosamente proteso verso l’abolizione della proprietà privata dei beni immateriali e dei prodotti dell’ingegno, poiché evidentemente i relativi e derivanti diritti non hanno mai riguardato la sua persona, ma incline a preservarne ogni minima caratteristica quando riferita a beni materiali o imprese di produzione.
Per lo stesso motivo un immobiliarista potrebbe sostenere la socializzazione di tutte le catene di distribuzione alimentare, o l’amministratore delegato di una compagnia telefonica quella di tutte le aziende produttrici di frigoriferi.
Ciò che di realmente inquietante va ad insinuarsi nell’immaginario collettivo, innanzitutto autoriale, è la mera e meccanica riflessione congiunturale che nella parabola di The Pirate Bay trova la sua migliore sintesi argomentativa: se sulla vendita di un supporto come un CD per un ammontare medio di non meno di 25,00 € un grande - e sottolineo - grande autore, può arrivare a ricavare qualcosa come 3/4,00 € lordi di royalties, è plausibile immaginare che il meccanismo di ripartizione del management dei diritti d’autore abbia seriamente qualcosa che non funziona?!?
Possiamo osservare che l’onnipresente iTunes Music Store® della Apple™ è in grado di riprodurre un modello di business su scala mondiale in cui, indistintamente, la major, la indy o il singolo autore fanno propria una commissione sulla vendita pari al 75%, di offrire uno stesso spazio commerciale alla star conclamata quanto alla band emergente.
Di fronte a questa banale osservazione della realtà vengono meno persino tutte le migliori intenzioni e consapevolezze della stessa SIAE, ancorata saldamente ai poteri forti dell’editoria tradizionale italiana, alla piramide del sistema radio-televisivo formato dall’inscindibile asse RAI-Mediaset.
In qualità di associato SIAE non vorrei che alla sollecitazione: “Maestà, gli Italiani chiedono Cultura”, fosse proprio l’organismo deputato alla tutela della proprietà intellettuale a rispondere “Date loro De Filippi, Pausini, Povia & C.”, perché allora la contraddizione da congiunturale finirebbe per acutizzarsi e cronicizzarsi in uno status strutturale!
La verità è che The Pirate Bay ha dato una risposta ad una sollecitazione diffusa: libera circolazione di contenuti che equivale anche a dire, libertà di disfarsi di quei prodotti dell’ingegno ritenuti di scarso valore, piuttosto che affezionarsi all’ultimo CD portato a casa dal figlio quindicenne al prezzo di due o tre paghette settimanali, per il semplice fatto di avere in qualche modo “patrimonializzato” un bene materiale imprevisto, ma pur sempre profumatamente pagato!
La verità è che di fronte ad un sistema di istruzione sempre più e deliberatamente allo sbando, alla mercé dei grandi capitali privati, pronti a ripartirsene il controllo come il vecchio avvoltoio sulla spalliera, lo spazio per l’espressione culturale e artistica è in perenne e progressiva rarefazione e - per rendere pariglia - l’editoria italiana non è capace di alcuna proposta diversa dalla ferma volontà di soddisfare l’insaziabile cupidigia adolescenziale, la voglia di identificarsi con il profeta di turno, lasciarsi catturare dal suo irrefrenabile senso della leadership e trascinare - magari - al primo concerto, per trascorrere la prima notte fuori casa e magari intessere la prima inutile e gratuita relazione sessuale della propria vita, condita con qualche bicchierino di troppo.
Questo è il modello di riferimento, questo è il modello che produce le grandi ripartizioni di diritti d’autore! Come pensare che qualcuno non rivendichi la socializzazione della proprietà intellettuale?!?
Per dirla con le parole del grande Franco Battiato, ...e sommersi soprattutto da immondizie musicali, e - aggiungo - non soltanto musicali, si può immaginare che persino una moltitudine di autori delusi finisca inesorabilmente per schierarsi a difesa della libera circolazione di contenuti, immaginando che questo modo di agire possa in qualche modo rappresentare l’ultima spiaggia promozionale per l’affermazione delle proprie proposte.
Viene allora di conseguenza la riflessione sul ruolo liberatorio del web: questa entità astratta, così vicina e al contempo lontana a e da ciascuno di noi, capace di riprodurre business a prescindere dall’orientamento dei contenuti, dal potere economico, sociale e/o politico di chi li produce, capace di avvantaggiarsi di qualunque piccolo o grande movimento, della minima congiuntura, delle più prolifiche o avverse condizioni, non segna l’inesorabile declino di tutte le certezze su cui si è letteralmente imperniato un sistema per non meno di sei o sette decenni consecutivi?
Non siamo giunti al termine dell’era radio-televisiva che ha fatto le fortune in Italia di insaziabili eminenze grigie, sempre pronte ad apporre la propria indebita firma sul modulo di dichiarazione SIAE di un’opera riconducibile a qualunque povero Cristo?!?
L’Armageddon dei diritti d’autore è iniziata e su scala globale: le grandi software house, i guru del Consorzio 3W, non fanno preferenze per nessuno, traendo ingenti profitti tanto dalle esternazioni di grandi realtà editoriali, quanto dai commenti del cittadino qualunque; il web sembra voler assumere nei confronti del sistema radio-televisivo il ruolo e la funzione della Wermacht durante l’ascesa del Terzo Reich, quale rifugio di dissidenti, avversari politici, perseguitati dal regime, oppressi, etc.; uno strumento nelle mani di un manipolo di oligarchi su scala mondiale pronti a trarre lauti profitti da qualunque corrente di pensiero, dallo sventolare di qualunque bandiera, capace di restituire visibilità, diritto di parola, di cronaca ed opinione a chiunque ne abbia avvertito la perdita.
Ed è lì che si giocherà la grande partita, tra i suoi spazi sconfinati, tra i meandri delle sue infinite articolazioni, lì gli esclusi dal Ancient Régime del sistema mediatico saranno pronti a dare battaglia alle sue poderose fortificazioni, alle sue inespugnabili roccaforti, inconsapevolmente costretti ad una vittoria inevitabile.
E le armate dei piccoli autori e delle indy si renderanno temporaneamente protagoniste del trionfo del nuovo stato di cose presente, scalzando il bellicoso sistema di privilegi che major e grandi autori si sono assicurati attraverso l’invalicabile sistema di dazi e protezionismi, di labirintiche scalate, di colli di bottiglia e di porte perennemente chiuse, festeggiando per qualche eterno istante con i promotori su scala planetaria di questa grande battaglia, quegli stessi illuminati oligarchi informatici capaci di produrre profitti ad ogni alito di vento.
Poi, come la borghesia francese promosse Napoleone Bonaparte liquidatore delle ambizioni popolari, a vittoria avvenuta e dopo gli enormi sacrifici che il proletariato sostenne per consegnarla impunemente al nuovo detrattore, anche questi immensi potentati planetari chiederanno il conto a quanti hanno regalato loro l’indiscusso successo, autori e indy comprese, iniziando una battaglia all’ultimo sangue per il dominio assoluto e incontrastato del nuovo medium: ne resterà soltanto uno, nella peggiore delle ipotesi... ma non è questo il giorno!
Oggi vogliamo pensare che il web possa essere una risorsa egualitaria, un anteprima di un mondo che ancora non esiste, un’opportunità condivisa e incapace di fare distinzioni, di soppesare cose e persone in ragione di differenze artificiose, salutando con gioia lo sferzante intercedere della novità, ogni più possente colpo basso inferto alle major, illudendoci di poterne godere ripartizioni condivide e redistribuzioni, immaginare che tutta l’evoluzione del consorzio umano possa passare attraverso i suoi magnifici ed indisciplinati fiordi virtuali, per dare addirittura origine ad una società più evoluta di quella in cui viviamo.
Le sperequazioni dell’editoria, i superprofitti generati sulla pelle degli autori, soprattutto se piccoli, i continui attacchi alla piccola proprietà intellettuale, fatti di sottrazioni indebite, di appropriazioni sordide, di contrattazioni disumane non sono certo l’humus ideale affinché la base del sistema possa assumere un atteggiamento positivo verso il copyright global management system, per rispondere ad un non recente altro articolo comparso su un trascorso numero della solita “VivaVerdi”, in cui la SIAE portò un attacco senza precedenti al microcosmo delle piccole realtà editoriali (che poi non sono altro se non autori delusi dall’impenetrabilità del sistema), accusandole di furto ed illegittima espropriazione dei diritti dei grandi autori e delle major, di danno incalcolabile al patrimonio intellettuale dello star system.
No, spettabilissima SIAE! Delusi, disincantati, esclusi, irredentisti di varia natura e di ogni dove proveranno sempre ed in ogni modo a cercare una loro risposta all’impossibilità di accedere, di andare avanti... qualcuno lo farà e lo avrà fatto anche attraverso The Pirate Bay o affini.
Non sarò io certamente fra quelli: credo fermamente nel diritto d’autore, nella proprietà intellettuale e sarò pronto a porvi definitiva rinuncia solo quando ciascun essere umano straccerà le proprie attestazioni di proprietà di beni mobili e/o immobili!
Ma non posso fare a meno di denunciare uno stato di cose alienante, un’oligarchia paesotta che passa inevitabilmente dalla riviera ligure, o da qualche altra amena località su cui RAI e/o Mediaset abbiano messo occhio: dov’è l’alternativa? L’alternativa è inesorabilmente fuori, secondo le collaudatissime leggi della fuga di cervelli, l’alternativa sono quei potentati planetari capaci di recepire in ugual misura contenuti di livello culturale elevato o il vuoto che imperversa e regna incontrastato sulla nostra penisola.
Cinema e teatro sopravviveranno alla morte del sistema radio-televisivo che verrà inesorabilmente fagocitato dal web, sciogliendo conclamate baronie e lasciando per strada intoccabili presunti e gli autori non discuteranno più di antichi schieramenti editoriali; saprà la SIAE salire allora sul carro del vincitore?
È forse arrivato il momento di rivedere la strategia nel suo complesso, scaricando o ridimensionando tutti quei soggetti che abbiano deliberatamente usurpato il ruolo dei creativi, avvantaggiandosi della loro ingenua passione per l’arte, il loro smisurato attaccamento alla cultura, ma soprattutto, ricreando opportunità, redistribuendo ricchezze ed inducendo ad un altro stile di vita artistica chi, con una demenziale canzonetta riesca a ripartirsi persino diritti esausti da Bach, Beethoven o Mozart.
Confido molto nell’A.C.E.P. e nelle sue battaglie nell’ambito del parlamentino SIAE, ma soprattutto nel fatto che discendiamo da Leonardo, da Machiavelli, da Galileo, da Buonarroti, etc. e che possiamo apprezzare qualcosa di più delle quattro insulse cretinate propinate ai quindicenni per assicurarsi un mercato imperituro (?!?).
Una moltitudine di associazioni no-profit oggi fa da sfondo all’attuale contradditorio del sistema, segno di una volontà di aggirare con qualunque mezzo la sperequazione editoriale e, purtroppo ed incidentalmente, anche le scarse possibilità economiche degli autori, nonché di dare luogo ad un protettorato al di sopra di tutto e tutti in cui la violazione del diritto d’autore è all’ordine del giorno e a braccetto con le inadempienze previdenziali, ed il consenso politico si alimenta e rinnova di pari passo.
Il buon Avv. Assumma di cui seguiamo quotidianamente l’operato ha prodotto una gestione responsabile della SIAE, sanando voragini patrimoniali e riportando in attivo il bilancio: ma adesso è arrivato il momento che il governo passi ad un autore, anche grande, ma dotato di un quoziente culturale elevato, un Franco Battiato, un Francesco De Gregori, un Renato Zero, un Ennio Morricone, qualcuno insomma capace di profondere e consolidare l’idea di cultura italiana e in Italia, di dissipare sospetti sull’abolizione dell’esame di ammissione, cui, manco a dirlo, a fatto seguito l’immediata associazione della Pausini.
La cultura, la letteratura, l’arte, la filosofia sono la vera risposta alle sollecitazioni della The Pirate Bay di turno e la sfida del domani, la sfida al web stesso: che la SIAE aiuti gli autori a riempirlo di contenuti, non di vuoti incolmabili, nefandezze o simili.
Parola di autore
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